Il volo LH4053 Napoli-Monaco della Lufthansa non trovò, quella mattina, il tempo sereno e soleggiato dei giorni precedenti. Il viaggio fu alquanto burrascoso, e lo stesso decollo provocò malumore nei passeggeri, soprattutto in quelli italiani. Ma fin dalle prime manovre, qualcosa aveva contribuito a rendere più ‘insolito’ il volo.
Quando ormai tutti avevano preso posto ed il personale di bordo era pronto a chiudere il portellone, all’ultimo momento arrivò, trafelato, l’ultimo passeggero. Questi, gridando: «Un attimo, ci sono ancora io!», si lanciò verso la scaletta, e la percorse di corsa, faticosamente sollevando uno zaino visibilmente pesante, cercando di non inciampare nel cordone della altra borsa che portava a tracollo.
Entrato, finalmente, si asciugò il sudore, posò un attimo a terra borsa e zaino, e chiese alla hostess quale fosse il suo posto. Questa, senza un po’ interdetta, lesse il biglietto e glielo indicò: «Da quella parte, signor Giuffa».
Goffamente si caricò nuovamente del bagaglio e si avviò al posto indicato. Purtroppo per lui, era quello in fondo vicino al finestrino, e gli altri due erano già occupati.
Il suo vicino di posto era un giovane tedesco, alto, intento a leggere una guida turistica, ma, soprattutto, assolutamente disinteressato al fatto che il nuovo arrivato dovesse prendere posto. Questi posò lo zaino a terra, e provò a poggiare la borsa sul sedile, ma nel farlo urtò la signora seduta vicino. Questa, tedesca anche lei, non si lamentò, ma non gradì affatto l’invasione di campo. Quando il nostro ritardatario poi le scaraventò, involontariamente, lo zaino addosso, rimase ancora più interdetta. Ma continuò a non dire nulla. Né disse qualcosa il vicino teutonico quando si vide piombare addosso lo stesso zaino faticosamente sollevato dalle gambe della vittima precedente.
Ad un certo punto la hostess intervenne. «Mi scusi signore, qui il suo bagaglio intralcia», gli disse gentilmente.
«Lo sposto subito… subito!» rispose Giuffa, visibilmente contrariato.
«No, non spostare…» ribatté ancora più contrariata l’hostess, «lo deve mettere nella apposita cappelliera. Se non c’entra, lo può collocare al di sotto del sedile».
«E va bene, va bene». Fu la risposta. Nella cappelliera però non c’era spazio. Così si sforzò di farlo entrare sotto il sedile. Lo zaino era, tuttavia, decisamente grande, ed il vicino non si spostava di un centimetro. Anzi, si ostinava a leggere la sua guida turistica, dando ogni tanto uno sguardo di preoccupazione e di impazienza. Intanto il nostro amico, sudando, si lamentava tra sé e sé:
«Maledizione… lo sapevo che non dovevo partire con la Lufthansa… ma che diamine… per soli 10 kg in più… Meno male che avevo questo zaino, se no dove la mettevo la roba? Ma che potevo farci? Eh… Avrei dovuto buttarla! Eh.. eh…» e qui gli scappò una risata all’improvviso.
Subito però tornò a lamentarsi: «Ci mancava solamente che non me lo facessero passare come bagaglio a mano! Spero solo che non si sia rotto nulla… Dio non voglia!». E continuava ad armeggiare sotto il sedile.
Visto dall’esterno, la scena era assai divertente: vestito con giacca scura e cravatta, tutto sudato, i capelli spettinati, abbastanza grassoccio, il Giuffa cercava di collocare uno zaino di una decina di kg. sotto un sedile, e non c’era verso di farlo entrare.
Ogni tanto urlava qualcosa, talvolta se la prendeva con qualcos’altro. Avrebbe fatto morire dal ridere un più rilassato meridionale, ma i suoi teutonici vicini, che cercavano, ritmicamente, di evitare i colpi più pericolosi non sembravano percepire affatto la comicità della situazione. Anzi, sembravano più che altro terribilmente seccati dell’evento.
Soprattutto il signore seduto vicino a lui non sembrava cogliere il lato umoristico della faccenda. Anzi, era visibilmente contrariato. Ogni tanto lo guardava torvo, fino a che, rinunciando all’impresa di leggere la guida, decise di pronunciarsi:
«Ma non vede che non c’entra?», disse, in un buon italiano.
«C’entra, con un po’ di sforzo…» si sentì rispondere.
«No, non c’entra!» e richiamò l’hostess. Questa si preoccupò di spiegare di nuovo che il bagaglio non doveva intralciare.
«Eh, ho capito, ma non c’entra lì, non c’entra là … io dove lo metto?»
«Senta, lo dia a me« e chiamò uno steward. Visibilmente contrariata, come se si trovasse di fronte uno scocciatore, prese lo zaino, e lo sistemò in un posto avanti non occupato.
Giuffa si tranquillizzò un po’. Si riuscì a sedere, si asciugò il sudore, si girò verso il vicino e cominciò a spiegare:
«Vede, non è che io mi diverto a dare fastidio. E’ che oggi tutto è contro di me. Avevo prenotato un volo con l’Alitalia, e, come al solito… che schifo di servizio… non è partito. Per fortuna ci hanno fatto decollare con un altro volo. Che però è Lufthansa…» disse, facendo cenno con la mano come a dire «sapete già».
Il signore vicino lo guardò severamente per qualche secondo, poi si immerse di nuovo nella lettura della sua guida turistica.
«Ma davvero… che pignoleria. E sì che c’è anche più spazio in questi aerei» disse, facendo un sorriso amichevole. Ma il vicino non lo guardò neanche. Intanto Le hostess intanto cominciavano a dare le istruzioni per le vie di fuga e le maschere di ossigeno.
«Che poi…» riprese Giuffa, cercando di continuare la conversazione, «non capisco perché devono perdere il loro tempo a spiegare come indossare i giubbotti di salvataggio quando questo aereo attraversa le Alpi. Servirebbe solo se avessimo la fortuna di precipitare sul Lago di Garda!»
Il vicino, spazientito, si girò, lo guardò, e gli disse, con tono perentorio:
«Sono obbligate. E il loro mestiere».
Il nostro italico amico non si aspettò la reazione così dura. «Ah, certo», abbozzò, «non metto in dubbio. Ma un po’ di elasticità… un adattamento alle norme… ma già, Lei è tedesco…»
«Perché, in Italia le hostess non informano sulle vie di fuga?» chiese il vicino, con un tono che avrebbe spinto chiunque a non riprendere la discussione. Ma, stanco e preoccupato per lo zaino, il nostro amico non faceva troppa attenzione ai particolari.
«No, certo, anche in Italia…. Anche in Italia» convenne ecumenicamente. «Ma, appunto, non capisco che senso abbia», chiosò. Rimase in silenzio per qualche minuto, e intanto l’aereo decollò. Un vuoto d’aria immediatamente successivo lo fece tornare però nuovamente loquace.
«Misericordia… ci mancava solo questa. Speriamo bene» Si girò di nuovo verso il vicino, che non aveva dato alcun segno di preoccupazione. «Ah, beato lei, a Lei l’aereo non dà fastidio. No, a me no, per la miseria. Soffro di stomaco ogni volta che devo partire. Quando poi il tempo è così…» fece una pausa di silenzio, e proseguì «ormai è così: a Luglio fa caldo, mentre ad Agosto comincia a fare freddo. Eppure, per la mia attività, l’estate è il momento più importante… Già, ma a lei non gliene importa niente. Sto a raccontarvelo…»
Il vicino però, più che dalle parole del suo invadente co-viaggiatore, cominciava ad essere infastidito da un odore nauseabondo proveniente dal davanti. E cominciava chiedersene la ragione. Dopo qualche minuto tutto l’abitacolo dell’aereo avvertiva l’odore.
«Ma cos’è questa puzza, signorina?» Fece un’anziana signora.
«Proviene da lì davanti» rispose un signore. L’hostess fece una piccola ispezione, e dopo un po’ arrivò all’origine del fenomeno. A maleodorare era proprio lo zaino dell’ultimo passeggero. In quale, frattanto, stava cervando di addormentarsi.
«Signore, si svegli. Ci deve delle spiegazioni. Cosa c’è nel suo zaino?» disse l’hostess, preoccupata.
«Che succede? Cosa altro è successo? Lo sapevo io, che questi non si stanno buoni», si sentì rispondere, con un forte accento napoletano.
«Ma non sente questo odore?» chiese l’hostess.
«Odore? No, affatto» fu la risposta.
«Possibile? Sembra di stare in una discarica!» rispose una signora anziana davanti.
«Ah, figuratevi» rispose con sufficienza il Giuffa, «se anche fosse, ci sono abituato. Dove abito io, sa, la spazzatura ha raggiunto i due metri. Ormai non faccio più caso a certi odori».
«Ma proviene dal suo zaino» cercò di replicare l’hostess «lo apra, e mi faccia vedere cosa contiene!»
Più che le parole della hostess, a convincerlo a tenere il comportamento richiesto fu lo sguardo feroce del vicino.
Prese lo zaino, lo aprì, e… e in effetti ne uscì fuori della spazzatura. Uno dei sacchetti che erano contenuti nello zaino si era rotto.
«Lo sapevo! E’ stato tutto quel movimento per cercare di piazzarlo sotto… maledizione» esclamò Giuffa.
«Ma… cosa significa? Fece l’hostess?»
«Niente! Non significa niente. Vede, purtroppo, la mia colazione è andata a male, ed anche la frittata fatta da mia moglie. Si vede che il caldo la ha irrancidita. Ed allora sa… Ma non si preoccupi, la butto via subito».
«Dia qui, ci penso io: metta il materiale nel sacchetto che ha lì davanti, e lo dia a me». Giuffa così fece, e poi si recò in bagno per sciacquarsi le mani.
Intanto la hostess, segnalò allo steward lo strano evento.
L’atterraggio fu brusco come il decollo. Ma Giuffa stavolta non disse nulla. Anzi, non si provò neanche a guardare il suo vicino, per paura che gli saltasse addosso. Attese pazientemente lo sbarco di tutti gli altri passeggeri, prese il suo zaino, e scese dall’aereo.
All’uscita, tuttavia, un gruppo di poliziotti dalla caratteristica divisa verde, lo stavano aspettando. Avevano avuto la segnalazione di fermare un uomo sulla trentina, napoletano, a nome Salvatore Giuffa, che stava cercando di introdurre oggetti tossici in Germania. Si ci può chiedere come mai procedere così rapidamente per un caso abbastanza astruso. Ma chi ponesse queste domande dimostrerebbe di non conoscere bene i tedeschi.
I poliziotti si erano collocati poco dopo l’uscita dall’arrivo bagagli, vicino alla porta ‘niente da dichiarare’, in attesa del loro uomo. Quando due grosse valigie di colore azzurro furono sganciate sulla passerella scorrevole, e un uomo sulla trentina si precipitò a prenderle, vi riconobbero il Giuffa. Questi caricò le valigie sul carrello montacarichi, vi posò il bagaglio a mano che tanti problemi gli aveva causato, e si avviò in tutta fretta verso l’uscita. Ma lì fu bloccato dai poliziotti.
«Ma… cosa significa? Ci deve essere uno sbaglio!», gridò, quando uno dei poliziotti gli fece inequivocabile segno di fermarsi e di seguirli al posto di controllo, «Perché? Fermi vi prego, lasciatemi andare! Devo svolgere una commissione importante prima, … poi vi seguo in tutti i commissariati che volete. Mi faccio anche arrestare, quello che vi pare, … ma lasciatemi andare un attimo! Ecco, no, un attimo, … devo andare in bagno, devo assolutamente andare in bagno».
Ma la polizia tedesca non fece alcuna attenzione a quello che Salvatore diceva. Del resto, neanche lo capivano.
Arrivarono al posto di blocco, ed ad accoglierlo c’erano due persone. Una visibilmente germanica, dai lineamenti marcati e di colore chiaro, che non si mosse dalla sua sedia, l’altro probabilmente più meridionale, che gli parlò in italiano.
«Si segga. Lì», disse il primo.
«Lei è Salvatore Giuffa, non è vero?», chiese invece il secondo.
«Perché mi avete fatto fermare?» fu invece la risposta. «Vi prego, io ho molta fretta, ma davvero. Ho assoluto bisogno che mi lasciate andare al più presto. Se volete, posso lasciarvi qualche garanzia, una cauzione».
«Cauzione? Tzé…», disse poi l’altro tra sé e sé «ah, questi maledetti film americani…» Poi, rivolto all’arrestato spiegò:
«Non c’è nessuna cauzione, c’è solo l’assoluta necessità che lei dica chi è, cosa fa qui e che spieghi la natura del suo genere d’affari. La segnalazione che abbiamo avuto sul suo conto è molto grave, e non possiamo assolutamente rilasciarla, per nessuna cosa al mondo. Le conviene parlare, se ha tanta fretta e se… se non ha nulla da nascondere. Ma da quello che è successo a bordo del suo volo non si direbbe». Disse, dando uno sguardo alle due valigie.
«Già. Ora stanno arrivando le segnalazioni delle hostess», fece l’altro. Poi però si fermò, rimanendo in silenzio per un po’. Lesse meglio, guardò il Giuffa, e, stranito, gli chiese:
«Ma cosa ha fatto?»
Giuffa cominciò a capire che non c’era molto da fare. Guardò i due, e cominciò a spiegare:
«Lo sapevo che non dovevo viaggiare con la Lufthansa. Sui voli c’è più spazio, è vero, ma sono tanto più fiscali…». Fece un sospiro, e poi proseguì…:
continua al § II