I.A.: Immondizia Astrale

Gennaio 21, 2008

Sui racconti

Archiviato in: Racconti — Mitokōmon @ 8:14 am

Ecco aggiunto un nuovo episodio.

Stavolta farete conoscenza con il padre dei fratelli Giuffa, in un periodo in cui – mah, che idee – si pensò addirittura di inviare l’esercito a Napoli!

Ma i piani del ministero fallirono, di fronte alla assoluta atarassia dei nostri protagonisti…

p.s.: in questa pagina pubblico i racconti a pezzi così come riesco a ricostruirli. Appena completi, li monto in pagine apposta.

Buona lettura!

sono pazzi questi napoletani

Archiviato in: Racconti — Mitokōmon @ 8:01 am

«Capisco…». Micheli aveva ascoltato con stupore la placida ovvietà con cui il suo vecchio amico raccontava di un evento che a lui invece sembrava atroce. Ma decise di glissare. E chiese, infine, dove potesse trovare Giacomo Giuffa.
«Dovresti trovare lui o i suoi giovani figli, Gaetano e Giovanni, dalle parti della Discarica del Plebiscito. Sai dov’è?» rispose Sgherri.
«Certo, di fronte al Palazzo Reale» rispose Micheli.
«Esatto. Lì c’è tanto di quel materiale, che ogni tanto conviene andare anche a darci un’occhiata. Sai, la gente non butta via solo roba inutile o sporca…», aggiunse.
Micheli decise di glissare anche su quest’ultima affermazione. Salutò l’amico netturbino, e si recò a Piazza del Plebiscito.
Non poté andarci però in metropolitana. La metropolitana collinare era infatti stata adibita al deposito di immondizia, ed era inagibile. Decise, così, di farsela a piedi. In fondo era tutto in discesa.
Arrivato a via Toledo, si fermò un attimo, e decise di riposarsi un’attimo.
«Beh, giacché siamo a Napoli, prendiamoci almeno un sano caffé!». Penso tra sé e sé. Ed entrò nel primo bar che gli capitasse a tiro.
Al bancone, un tizio stava sorseggiando il suo, e parlava con il barista.
«Certo, che c’è ricchezza in giro, eh?» disse con lo sguardo di chi la sa lunga.
Micheli si girò di scatto a questa affermazione, e volle guardare meglio l’autore di un paradosso del genere. Come, l’immondizia affollava le strade, e costui esclamava «c’è ricchezza»?
Il tizio che aveva parlato era un signore abbastanza giovane, sulla quarantina, grassoccio, con pochi capelli, e vestito abbastanza bene. Aveva in mano un bicchiere di liquore, che aveva cominciato ad assaporare appena terminato il caffè, e conversava amabilmente con il barista ed un altro paio di avventori.
Il barista confermò quanto quegli stava dicendo:
«Dice bene, dottò! Dite proprio bene! Qui siamo troppo ricchi. Lo dice anche il Cardinale, che questo consumismo non va bene…».
A questa ulteriore affermazione Micheli non resistette. Ed intervenì, esprimendo anche con tutta la mimica facciale che poteva il suo stupore:
«Scusate, ma… allora ho sentito bene. Ma vi pare… vi pare logico quanto andate dicendo? Come sarebbe a dire “c’è ricchezza”? Ma non la vedete la spazzatura per le strade?»
Il tizio al bancone, senza scomporsi minimamente, lo guadò e rispose:
«Appunto. C’è tanta ricchezza e quindi si produce tanta spazzatura, ovvio».
E riprese a sorseggiare il suo liquore.
Micheli restò di stucco. Tanto che per i successivi secondi non riuscì a farfugliare che un «eh… ma…».
Vedendo l’imbarazzo dell’interlocutore, il barista cercò di spiegare:
«Dottò, ma lo vedete anche voi no, quanta roba si butta nelle strade? Qui la gente consuma di tutto, compra e butta, compra e getta. Come dicono in America? Usa e getta» disse ammiccando e facendosi una risata, quindi continuando «mica quando io ero piccolo era così!»
«No, appunto» continuò il tizio al bancone, «non era così! Oddio, ai tempi di mio papà, quando cominciò a lavorare, già si cominciava. Ma ricordo che da piccolino lui mi raccontava che veniva il netturbino a prendere i sacchetti di spazzatura…» a questa osservazione tutti nel bar cominciarono a scompisciarsi dalle risate.
Tutti tranne Micheli, che non riusciva a capire dove stesse l’ironia. «Ma che c’è da ridere, scusate?» esclamò.
«Ma come» continuò il tizio, «capite, veniva il netturbino!» disse gesticolando vivacemente, «Veniva qualcuno a prendersi la spazzatura!» si fece un’altra risata, e poi continuò «ah, che tempi. Doveva essere talmente poca allora… tempi poveri, … ma quanta semplicità»
A questo punto Micheli percepì l’assurda logicità del ragionamento. Non faceva una grinza: poca spazzatura: povertà; molta spazzatura: ricchezza. La presenza del netturbino inoltre donava al ricordo un quadro di bucolica ingenuità, se lo confrontava a quanto vedeva nelle strade.
Il barista intanto continuò: «Ma a proposito, dottò, quand’è che vostro padre si fa vedere da queste parti? La sua idea fu davvero geniale. Grazie a lui ho potuto liberare il mio giardino, e farci crescere un bell’alberello, che a Natale fa un figurone».
L’altro, finito il liquore rispose: «No, beh, papà rimane a Berlino. Sa com’è, alla sua età non se la sente di venire giù. E, onestamente, dopo tutto questo trafficare con la spazzatura, ne ha anche abbastanza. Lì si può riposare nella villa che si è potuto comprare con il denaro guadagnato».
Micheli, ascoltando il discorso, ebbe un’intuizione. Si girò verso il tizio, e gli chiese:
«Scusi, ma… ma Lei mica è Giacomo Giuffa?»
«Per servirla! Ci siamo già conosciuti?» rispose quello, rivelandosi per la persona tanto cercata.
«Ah! Bene! No, aa… giusto di Lei cercavo… incredibile!»
«Mica tanto incredibile. Sono spesso da queste parti. Cosa desidera?» chiese tranquillo il Giuffa.
«Dunque, si tratta della spazzatura, della sua azienda per il trasporto della spazzatura…» cominciò a spiegare Micheli.
«Ah… no, allora capita male», tagliò corto il Giuffa. «Non mi occupo più del ramo spazzatura. La mia azienda adesso è in ristrutturazione, e ho deciso di lasciarla ai miei figli, Giovanni e Gaetano. Adesso sono piccoli, ma spero che presto si iscriveranno all’università e da allora potranno farla proseguire fruttuosamente». Si girò quindi verso il barista, e gli disse: «Sa, giovanni vorrebbe fare l’astronauta. Io gli ho detto: “allora devi fare ingegneria aerospaziale, così un giorno potrai costruirti un’astronave tutta sua”. Come è diventato serio a quel punto! Da allora non pensa ad altro!».
Il barista sorrise e rispose: «eh, dottò, i bambini sono fantastici…»
Micheli, del tutto trascurato dal Giuffa, era rimasto, come si suol dire, con un palmo di naso.
Chiese spiegazioni: «E… perché avete smesso, scusate?»
«Beh, sapete, com’è» rispose il Giuffa, «dopo che i Tedeschi hanno introdotto quella tassa sull’importazione di spazzatura, la cosa non conveniva più. No, non conviene più portarla in Germania. All’inizio, le dirò, ero molto preoccupato. “Cosa farò”, mi sono chiesto. Ma poi ho avuto il colpo di fortuna. In uno dei miei viaggi conobbi un artista di Düsseldorf, un tal Becker o qualcosa del genere. Questo mi spiegò che lui lavorava con la spazzatura».
«Lavorava con la spazzatura?» commento il barista.
«Sì» continuò il Giuffa «da non credere: faceva sculture con la spazzatura. In pratica, aveva bisogno di tonnellate di ‘monnezza’ per non so quali gigantesche forme che voleva creare…».
«Ma che schifo di sculture sono…» commentò un signore.
«Vabbeh, è arte moderna, dai» chiosò il Giuffa, «i tedeschi a queste cose ci tengono. Io colsi la palla la balzo, comunque. Gli dissi “amico mio, tu hai la tua arte, e hai bisogno di materia prima. Io ho la materia prima che ti serve.” Fu contentissimo: poteva tranquillamente lavorare, senza bisogno di pagare smaltimenti vari … giacchè pare che in Germania ci siano regole particolari, del tipo che lo Stato pensa a toglierti la spazzatura…» disse sorridendo.
«Uh, che carini, come ai vecchi tempi… ma mica ci sono ancora i netturbini?» chiese il barista.
«Beh, ne ho visti alcuni qualche tempo fa, sì». Fece una pausa, poi riprese: «Per farla finita, ad ogni modo, io così ho potuto piazzare un cospicuo carico di spazzatura aggirando la tassazione tedesca. Risultava infatti materiale per la lavorazione artistica».
«Eh, voglio proprio vedere quest’opera d’arte» disse il barista.
«Sì, presto ci sarà un’esposizione, a Düsseldorf. Penso di andarci, così poi colgo l’occasione di andare a trovare papà. Ma lei», disse accennando a Micheli, «si sente bene? Voleva chiedermi altro?».
Micheli, che aveva ascoltato l’ultima parte del discorso con gli occhi sgranati di chi improvvisamente si sente come circondato da extraterrestri, rispose sconsolato:
«No, non si preoccupi. Non è nulla. E’ che sono qui a Napoli per lavoro da un po’, e sono stanco. Non faccia caso a quanto stavo dicendole. Domani mollo tutto, e faccio ritorno in Piemonte. Il compito affidatomi è al di sopra delle mie possibilità. Quant’è?» chiesa al barista indicando il caffè.
«Nulla dottò. Offre la casa! Buon ritorno al nord!»

Gennaio 14, 2008

L’esercito!

Archiviato in: Racconti — Mitokōmon @ 5:14 pm

«L’esercito?»
«Proprio quello».
«E perché mai, di grazia?»
«Perché bisogna impedire che i cittadini si appropriano dei rifiuti. Ormai è risaputo: in Germania li pagano a peso d’oro. Pensa a quel tizio, quell’imprenditore della provincia, come si chiama… ah Giuffa…»
«Giacomo Giuffa, sì»
«Proprio lui. Beh, è diventato ricco prima portando i rifiuti in Germania, poi addirittura vendendoseli».
«Vendendoli? Ma che…»
«Ma non hai letto i giornali? Pare che il Germania siano disposti a sborsare cifre folli per averli!»
«I nostri rifiuti? E che ci fanno?»
«Questo non lo so. Probabilmente li riciclano. Fatto sta che, ora come ora, i rifiuti vanno via come il pane…» disse, sogghignando e gesticolando per far notare la freddura. «Bene, questo non va»
«E perché non va? Se i tedeschi – contenti loro – vogliono prendersi i rifiuti che qui sono in abbondanza, perché non darglieli?»
«Non è questo il problema. Il problema è che vengono venduti e portati in Germania con i mezzi più disparati»
«E allora?»
«Allora non capisci. Vengono portati in Germania con valigie, messe negli aerei, sistemati nei treni. Più di un caso si è verificato di scompartimenti interi che sono stati inondati dalla spazzatura perché le valige si sono aperte all’improvviso…»
«bleah…»
«Senza contare che, data la natura dell’affare, nessuno molla più i rifiuti. Qualche giorno fa un netturbino è stato assalito perché cercava di svuotare un cassonetto»
«Eh? Fammi capire, ora non solo la città è sommersa dai rifiuti, ma addirittura la gente se li conserva?»
«Praticamente sì. Non tutti: nelle zone più isolate in cui l’idea non è ancora arrivata, li bruciano ancora. Ma, soprattutto nei grossi centri, tutti quelli che possono viaggiare, si preoccupano di raccoglierli e di svenderli all’estero. Gli altri, si distinguono tra quelli che li vendono – i più furbi, ma pochi, dato che sono quelli meno sommersi dalla spazzatura – e quelli che pagano chi li può esportare – e che sono quelli che non ce la fanno più-»
«Cose da pazzi… E quanto sta un sacchetto?»
«Questo non lo so. Non fare lo spiritoso. E’ un problema serio. Ecco perchè è stato chiamato l’esercito».
«Capisco. La questione è internazionale…Beh, io che dovrei fare?»
«Tu dovresti contattare il sunnominato Giuffa»
«Ah. E perché?»
«Perché credo che sia lui quello che gestisce il maggior traffico di rifiuti»
«Beh, e che faccio, lo arresto per stupefacente traffico di sostanze?»
«No. Senti l’idea, geniale, dell’Assessorato. Pare che venga direttamente dal Ministero. Si tratta di fare quello che si fece con le strisce blu»
«Quelle dei parcheggi?»
«Sì. Ti ricordi, che tutti parcheggiavano dappertutto, agli angoli di strada, davanti alle discese pedonali, nelle strade strette, etc.?»
«Beh, praticamente come ora».
«Sì, certo, ma con una notevole differenza: ora devono pagare! Hanno messo le strisce blu del parcheggio a pagamento in tutti quei luoghi dove prima pacheggiavano illegalmente. Il risultato è stato che parcheggiano sempre ovunque, ma almeno il Comune ci guadagna con soste pagate o multe».
«Pifferi, davvero una trovata coi fiocchi»
«Lo so, per questo arrivano in alto queste persone. Beh, ora la cosa è la stessa. Si tratta di far pagare chi vuole esportare i rifiuti. Così, o gli passa la voglia, o almeno lo stato ci guadagna»
«A me pare un’idea stramba. Mi ricorda più il pizzo che fa pagare la camorra che un’idea con futuro. Ad ogni modo, andrò a cercare il Giuffa».
«Ma quale camorra! Tutti sanno che la camorra napoletana adora i rifiuti e non permetterebbe mai che vadano all’estero… Vai, vai»
Perplesso dal ragionamento del direttore («e io che avevo detto?»), ma obbediente alla sua autorità (del resto il Responsabile dr. Micheli era piemontese), si diede da fare per rintracciare il Giuffa.
Già. Ma come? Questi non viveva a Napoli, e, Micheli non aveva alcuna voglia di avventurarsi nell’hinterland.
- Per carità – pensava tra sé – dicono che chi viene in rappresentanza del potere costituito qui rischi la pelle. Certo, potrei chiedere di essere autorizzato dalle autorità locali. Ma già mi hanno detto che preferiscono, per ora, che la cosa venga svolta in silenzio. E poi non ho davvero alcuna voglia di avventurarmi in quelle zone….-
Alla fine gli venne l’idea giusta. «Come ho fatto a non pensarci prima? Certo! Giuliano Sgherri!»
Giuliano Sgherri era un conoscente del nostro Micheli. Appena trasferito a Napoli, lo conobbe nel corso di aggiornamento patrocinato dalla Regione. Mentre però il Micheli fece carriera come lavoratore autonomo di sicurezza, lo Sgherri preferì continuare nell’impiego pubblico, e trovò alfine, grazie a un’ottima raccomandazione, un ottimo posto come netturbino. «E’ la persona giusta!»
Lo andò a visitare a casa sua, nella zona più occidentale del quartiere Arenella. Piccola casa, in un condominio relativamente pulito: la spazzatura nulle strade non doveva essere più vecchia di una settimana.
Bussato che ebbe, e fattosi riconoscere, venne accolto.
«Come stai? E’ un po’ che non avevo tue notizie! Ancora lavori come consulente del ministero?»
«No, ora sono in privato, e lavoro in una azienda interinale che si occupa di sicurezza. Tu, piuttosto», disse sogghignando «come ti va il lavoro?»
«Ah!» rispose sorridendo «e come mi deve andare? Una favola. Ti pagano e ti impediscono di lavorare. Cosa chiedere di più. Figurati che qualche giorno fa ho cercato di togliere i rifiuti dal cancello davanti casa, ed un tizio mi ha detto “ma che fai? non è compito dei netturbini questo!”… Non ti nego che la cosa è anche un po’ frustrante…»
«Senti un po’, non è questo che mi preoccupa. Io ho bisogno di un favore. Tu conosci un certo Giacono Giuffa?»
«Giacomo Giuffa!» esclamo ispirato. «Come no! Conoscevo benissimo suo padre, Salvatore. Un grande lavoratore. Ora vive in Germania. La sua azienda la continua proprio il giovane Giacomo»
«E sai la sua azienda di cosa si occupa?»
«Ohibò, certo. Esporta rifiuti in Germania».
«Ah, quindi è cosa risaputa!»
«Lo sanno tutti. Ma, scusa» replicò stupito Sgherri «perché non dovrebbe esserlo? Sai quante persone si sono risparmiate la fatica di bruciare i cassonetti, grazie a Giuffa?»
«Ma i cassonetti non erano bruciati dalla camorra?»
«Camorra? Oh…» rimase un po’ interdetto Sgherri, poi riprese «beh, certo, forse anche la camorra… Mia zia però non è camorrista, te lo assicuro»
«Tua zia?»
«Mia zia ha pagato alcuni ragazzini perché bruciassero la pila di sacchetti sotto il suo balcone giusto un annetto fa».
«Ma è pazza? E’ pericolosissimo»
«E’ quello che gli ho detto io. Ma, poveretta, che doveva fare? La prima cosa che aveva fatto, circa un anno prima, era chiamare me. Sapeva che ero scopatore, e pensava che me ne potessi occupare io. Quando le ho detto che non potevo fare niente, perché se li avessi tolti di lì qualcun’altro ce li avrebbe rimessi, dato che non potevano andare da nessun’altra parte, e che quindi alla fine il comune mi ha imposto di non far nulla, ci è rimasta male. Per alcuni mesi ha resisitito, finché era inverno. Ma, sai, abita da sola, soffre il caldo, ed il balcone era l’unico angolo fresco della casa. Quando, come avviene ogni anno, la spazzatura marcisce verso giugno, stava rischiando di passare a miglior vita. Allora ha chiamato un gruppo di ragazzini del rione, ha dato loro qualche euro, e li ha pregati di bruciare quel cumulo di rifiuti intanto che lei andava a trovare mia sorella a Viterbo, lei abiata là. Ti assicuro, fanno tutti così, ormai»
continua…

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