«Capisco…». Micheli aveva ascoltato con stupore la placida ovvietà con cui il suo vecchio amico raccontava di un evento che a lui invece sembrava atroce. Ma decise di glissare. E chiese, infine, dove potesse trovare Giacomo Giuffa.
«Dovresti trovare lui o i suoi giovani figli, Gaetano e Giovanni, dalle parti della Discarica del Plebiscito. Sai dov’è?» rispose Sgherri.
«Certo, di fronte al Palazzo Reale» rispose Micheli.
«Esatto. Lì c’è tanto di quel materiale, che ogni tanto conviene andare anche a darci un’occhiata. Sai, la gente non butta via solo roba inutile o sporca…», aggiunse.
Micheli decise di glissare anche su quest’ultima affermazione. Salutò l’amico netturbino, e si recò a Piazza del Plebiscito.
Non poté andarci però in metropolitana. La metropolitana collinare era infatti stata adibita al deposito di immondizia, ed era inagibile. Decise, così, di farsela a piedi. In fondo era tutto in discesa.
Arrivato a via Toledo, si fermò un attimo, e decise di riposarsi un’attimo.
«Beh, giacché siamo a Napoli, prendiamoci almeno un sano caffé!». Penso tra sé e sé. Ed entrò nel primo bar che gli capitasse a tiro.
Al bancone, un tizio stava sorseggiando il suo, e parlava con il barista.
«Certo, che c’è ricchezza in giro, eh?» disse con lo sguardo di chi la sa lunga.
Micheli si girò di scatto a questa affermazione, e volle guardare meglio l’autore di un paradosso del genere. Come, l’immondizia affollava le strade, e costui esclamava «c’è ricchezza»?
Il tizio che aveva parlato era un signore abbastanza giovane, sulla quarantina, grassoccio, con pochi capelli, e vestito abbastanza bene. Aveva in mano un bicchiere di liquore, che aveva cominciato ad assaporare appena terminato il caffè, e conversava amabilmente con il barista ed un altro paio di avventori.
Il barista confermò quanto quegli stava dicendo:
«Dice bene, dottò! Dite proprio bene! Qui siamo troppo ricchi. Lo dice anche il Cardinale, che questo consumismo non va bene…».
A questa ulteriore affermazione Micheli non resistette. Ed intervenì, esprimendo anche con tutta la mimica facciale che poteva il suo stupore:
«Scusate, ma… allora ho sentito bene. Ma vi pare… vi pare logico quanto andate dicendo? Come sarebbe a dire “c’è ricchezza”? Ma non la vedete la spazzatura per le strade?»
Il tizio al bancone, senza scomporsi minimamente, lo guadò e rispose:
«Appunto. C’è tanta ricchezza e quindi si produce tanta spazzatura, ovvio».
E riprese a sorseggiare il suo liquore.
Micheli restò di stucco. Tanto che per i successivi secondi non riuscì a farfugliare che un «eh… ma…».
Vedendo l’imbarazzo dell’interlocutore, il barista cercò di spiegare:
«Dottò, ma lo vedete anche voi no, quanta roba si butta nelle strade? Qui la gente consuma di tutto, compra e butta, compra e getta. Come dicono in America? Usa e getta» disse ammiccando e facendosi una risata, quindi continuando «mica quando io ero piccolo era così!»
«No, appunto» continuò il tizio al bancone, «non era così! Oddio, ai tempi di mio papà, quando cominciò a lavorare, già si cominciava. Ma ricordo che da piccolino lui mi raccontava che veniva il netturbino a prendere i sacchetti di spazzatura…» a questa osservazione tutti nel bar cominciarono a scompisciarsi dalle risate.
Tutti tranne Micheli, che non riusciva a capire dove stesse l’ironia. «Ma che c’è da ridere, scusate?» esclamò.
«Ma come» continuò il tizio, «capite, veniva il netturbino!» disse gesticolando vivacemente, «Veniva qualcuno a prendersi la spazzatura!» si fece un’altra risata, e poi continuò «ah, che tempi. Doveva essere talmente poca allora… tempi poveri, … ma quanta semplicità»
A questo punto Micheli percepì l’assurda logicità del ragionamento. Non faceva una grinza: poca spazzatura: povertà; molta spazzatura: ricchezza. La presenza del netturbino inoltre donava al ricordo un quadro di bucolica ingenuità, se lo confrontava a quanto vedeva nelle strade.
Il barista intanto continuò: «Ma a proposito, dottò, quand’è che vostro padre si fa vedere da queste parti? La sua idea fu davvero geniale. Grazie a lui ho potuto liberare il mio giardino, e farci crescere un bell’alberello, che a Natale fa un figurone».
L’altro, finito il liquore rispose: «No, beh, papà rimane a Berlino. Sa com’è, alla sua età non se la sente di venire giù. E, onestamente, dopo tutto questo trafficare con la spazzatura, ne ha anche abbastanza. Lì si può riposare nella villa che si è potuto comprare con il denaro guadagnato».
Micheli, ascoltando il discorso, ebbe un’intuizione. Si girò verso il tizio, e gli chiese:
«Scusi, ma… ma Lei mica è Giacomo Giuffa?»
«Per servirla! Ci siamo già conosciuti?» rispose quello, rivelandosi per la persona tanto cercata.
«Ah! Bene! No, aa… giusto di Lei cercavo… incredibile!»
«Mica tanto incredibile. Sono spesso da queste parti. Cosa desidera?» chiese tranquillo il Giuffa.
«Dunque, si tratta della spazzatura, della sua azienda per il trasporto della spazzatura…» cominciò a spiegare Micheli.
«Ah… no, allora capita male», tagliò corto il Giuffa. «Non mi occupo più del ramo spazzatura. La mia azienda adesso è in ristrutturazione, e ho deciso di lasciarla ai miei figli, Giovanni e Gaetano. Adesso sono piccoli, ma spero che presto si iscriveranno all’università e da allora potranno farla proseguire fruttuosamente». Si girò quindi verso il barista, e gli disse: «Sa, giovanni vorrebbe fare l’astronauta. Io gli ho detto: “allora devi fare ingegneria aerospaziale, così un giorno potrai costruirti un’astronave tutta sua”. Come è diventato serio a quel punto! Da allora non pensa ad altro!».
Il barista sorrise e rispose: «eh, dottò, i bambini sono fantastici…»
Micheli, del tutto trascurato dal Giuffa, era rimasto, come si suol dire, con un palmo di naso.
Chiese spiegazioni: «E… perché avete smesso, scusate?»
«Beh, sapete, com’è» rispose il Giuffa, «dopo che i Tedeschi hanno introdotto quella tassa sull’importazione di spazzatura, la cosa non conveniva più. No, non conviene più portarla in Germania. All’inizio, le dirò, ero molto preoccupato. “Cosa farò”, mi sono chiesto. Ma poi ho avuto il colpo di fortuna. In uno dei miei viaggi conobbi un artista di Düsseldorf, un tal Becker o qualcosa del genere. Questo mi spiegò che lui lavorava con la spazzatura».
«Lavorava con la spazzatura?» commento il barista.
«Sì» continuò il Giuffa «da non credere: faceva sculture con la spazzatura. In pratica, aveva bisogno di tonnellate di ‘monnezza’ per non so quali gigantesche forme che voleva creare…».
«Ma che schifo di sculture sono…» commentò un signore.
«Vabbeh, è arte moderna, dai» chiosò il Giuffa, «i tedeschi a queste cose ci tengono. Io colsi la palla la balzo, comunque. Gli dissi “amico mio, tu hai la tua arte, e hai bisogno di materia prima. Io ho la materia prima che ti serve.” Fu contentissimo: poteva tranquillamente lavorare, senza bisogno di pagare smaltimenti vari … giacchè pare che in Germania ci siano regole particolari, del tipo che lo Stato pensa a toglierti la spazzatura…» disse sorridendo.
«Uh, che carini, come ai vecchi tempi… ma mica ci sono ancora i netturbini?» chiese il barista.
«Beh, ne ho visti alcuni qualche tempo fa, sì». Fece una pausa, poi riprese: «Per farla finita, ad ogni modo, io così ho potuto piazzare un cospicuo carico di spazzatura aggirando la tassazione tedesca. Risultava infatti materiale per la lavorazione artistica».
«Eh, voglio proprio vedere quest’opera d’arte» disse il barista.
«Sì, presto ci sarà un’esposizione, a Düsseldorf. Penso di andarci, così poi colgo l’occasione di andare a trovare papà. Ma lei», disse accennando a Micheli, «si sente bene? Voleva chiedermi altro?».
Micheli, che aveva ascoltato l’ultima parte del discorso con gli occhi sgranati di chi improvvisamente si sente come circondato da extraterrestri, rispose sconsolato:
«No, non si preoccupi. Non è nulla. E’ che sono qui a Napoli per lavoro da un po’, e sono stanco. Non faccia caso a quanto stavo dicendole. Domani mollo tutto, e faccio ritorno in Piemonte. Il compito affidatomi è al di sopra delle mie possibilità. Quant’è?» chiesa al barista indicando il caffè.
«Nulla dottò. Offre la casa! Buon ritorno al nord!»